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Phantoms

at Downtown



R.B.


Boxing

È possibile riconoscere i grandi incontri?

Ci può essere consapevolezza nel vivere quello che sarà per sempre un ricordo, uno dei momenti decisivi della vita?

A questo ho pensato quando, di sguincio, per un’attimo, l’ho visto che duellava con il sacco da boxe nel quadrato del DownTown.

Ma non credo di averlo veramente visto.

Ho piuttosto proiettato su un’agile figura di uomo, su un braccio tatuato, su una parvenza di sguardo strafottente, un fantasma con cui il mio inconscio si tormentava da qualche tempo.

Avevo lasciato Gary da almeno quattro mesi e mi mancava.

Non tanto Gary, perchè allora sarei stata un altra delle mille figure che ogni giorno a Orly Sud  si abbracciano, si baciano e partono verso il cuore di Parigi con le loro valigie.

Ma se il poveretto mi aveva aspettato invano all’aeroporto, per quel weekend programmato per esplorare le gallerie d’arte del Marais, un motivo c’era.

E se non un motivo razionale, certamente una valida ragione irrazionale.

Perché noi donne, tant’è ammetterlo, siamo fatte così: sopra delle percezioni, con una logica tutta femminile, riusciamo a costruire dei simulacri di teorie oggettive.

E dunque, quella mattina, improvvisamente, al momento di chiamare il taxi, tutto mi era apparso chiaro.

Perchè Gary, da tre anni il mio tipo, non viveva con me? Quale sarebbe stato il nostro futuro? Con chi, o con cosa, ero in competizione? Quando mi avrebbe scaricato?

E così, di domanda in domanda, mi sono costruita la teoria: stavo percorrendo a tutta velocità un binario morto e dovevo azionare i freni. Questa la conclusione, da raccontare a me stessa e a Clelia.

La realtà, più difficile da elaborare ed accettare, era che non lo amavo più.

O comunque non più come prima, quando il binario morto era sempre lì, ma l’unica cosa importante per me era continuare a vederlo. Allora, non mi domandavo se e quando le rotaie potessero avere una fine.

Ero tornata a letto e, non so se per rabbia o vigliaccheria, avevo staccato il telefono.

Quando, qualche giorno dopo, lui era riuscito a chiamarmi la storia era finita.

Non è Gary che mi mancava, dicevo prima di divagare, ma un uomo.

È questa un’altra debolezza di noi donne: possiamo sopravvivere senza amore, ma non sappiamo resistere alla solitudine, specialmente se improvvisa.

Ed allora, tormentate da un desiderio crescente, creiamo fantasmi.

Sono realtà senza corpo che di un corpo hanno assoluta necessità, perché noi abbiamo bisogno di toccare ed essere toccate, di essere rassicurate da numeri da chiamare e da squilli che ci chiamano, di presenze da esibire e che ci esibiscano.

Ed è questa urgenza di trovare un corpo che ospiti i nostri fantasmi che fatalmente ci tradisce. Come, a danno fatto, molto tempo dopo, facilmente riconosciamo. Come ora, riacquistata la ragione, anch’io facilmente riconosco.


Daydreaming

Ero dunque in questo stato di necessità, indifesa preda, quando l’ho visto ed ho appiccicato lo scorcio di un corpo a quelle mie fantasie.

Non era ancora come avere un uomo, ma erano fantasmi con una qualche sembianza e questo, all’inizio, mi ha dato un certo sollievo. Potevo di nuovo fantasticare sul futuro e non solo perdermi nel passato.


Discovering DownTown

Al DownTown si arriva di solito per cooptazione di amici. Io ho scoperto i piaceri del Gym, come lo chiamiamo fra noi, un anno fa quando, con Clelia, all’uscita del corso di anatomia, siamo capitate per caso in piazza Diaz.

La buona fama del posto non ci era ignota e, dopo la lezione, ancora imbibite di fisicità, eravamo vogliose di rivestire di calda pelle i rossi fasci muscolari del libro di testo.

Spinte da questa voglia ambigua, dopo qualche perplessità e non senza un certo senso di colpa, eravamo entrate ad esplorare con ingenua curiosità questo tempio del fitness.

Sorrido, oggi, quando ripenso a quelle nostre impudiche fantasie, presto deluse dai troppo casti riti dei suoi sacerdoti.

Ricordo anche che eravamo rimaste affascinate da tutte quelle complicate macchine concepite per scolpire su veri corpi le classiche sembianze che i nostri pennelli cercavano di tracciare sulla tela.


Exercising

Da allora la palestra è il posto dove vado per estraniarmi da me stessa, dove posso annullare desideri, ambizioni e frustrazioni. Dove poi ne esco sempre fresca e pura, dopo essermi abbandonata, seppur per un tempo troppo breve, al semplice piacere dei muscoli distesi, al sentire la rinnovata forza del mio sangue.


Expectations

Ma ora era tutto diverso. Non andavo più là per il mio corpo, ma per quello del fascinoso tipo.

Non per rilassare le mia mente, ma per alimentare i miei fantasmi.

E non ne uscivo più fresca e purificata, solo avvelenata dall’aspettativa disillusa.


Approaching Clelia

Dopo una settimana, le mie speranze di rivederlo sul ring ormai vinte, ho sentito la mia frustrazione montare fuori controllo e ho parlato di lui con Clelia.

Ho conosciuto Clelia all’Accademia di Brera, compagna di corso e, a poco a poco, complice di vita.

Ed è con lei che potevo confidarmi.

Ci ho girato intorno a lungo, ma, alla fine, con imbarazzata indifferenza, le ho sussurrato: “Hai mai visto al DownTown un bel tipo bruno con un tatuaggio sull’avambraccio sinistro, che tira di boxe?”

“Negativo” mi ha risposto.

Breve pausa e poi “Chloe..., il profumo di Gary è ancora nel tuo letto, il suo spazzolino ancora nel tuo bagno e tu già pensi ad un altro uomo?”

Ma era tanto per dire, perchè Clelia sapeva bene che la situazione poteva solo peggiorare.

Ed è peggiorata.


Daydreaming at DownTown

Mi sono fatta forza e ho continuato a frequentare il DownTown fingendo che tutto fosse come prima, forzandomi nella routine dei consueti esercizi, evitando ogni prossimità con il ring. Come se nulla fosse accaduto.

Ma riavvolgere il nastro, ripartire da quel momento, non mi era più possibile. Potevo chiaramente vedere che da quel punto si biforcavano due storie, ma io non riuscivo che a prendere la stessa strada. Quella dove, alla fine, quel fantasma si sarebbe materializzato e mi avrebbe cambiato la vita. 

Incredibilmente, continuavo ad essere perfettamente lucida, con la mia parte raziocinante intendo dire, perchè l’altra metà di me non era più sotto il mio controllo. Potevo solo osservarla con clinico distacco e, alla bene meglio, gestirla.

Ho veramente capito che peggioravo quando ho cominciato a fantasticare l’assurdo: che quel fatidico giorno non avevo soltanto visto, ma ero stata vista. E che anche lui fosse stato folgorato. E che, di nascosto, timoroso di rivelarsi, mi osservasse.

Che fossi sulla terrazza, nella hall o altrove, di un tratto, mi sentivo scrutata. Da lui.

Ovviamente, solo fruscii e ombre.

Con sorpresa, scopro un’afflizione di cui non sospettavo l’esistenza: la gelosia per uno sconosciuto. E mi torturo inutilmente sul pensiero che lui, invece di osservarmi, possa essere con un’altra donna.


Tormenting Clelia

Ci sono momenti quando tutto sembra perduto ed allora si perde ogni inibizione, si dimentica anche l’amor proprio.

Clelia era l’unica amica che avevo sottomano ed è lei che ho cominciato a tormentare.

Ma non avevo novità che potessero rendere interessanti le mie confidenze. Solo la mia ossessione ripetuta con monotonia cambiando la posizione delle ombre, sussurrando improbabili misteri.


The phantom is watching us

E parlavo sottovoce, a questo punto era la pazzia,

perchè temevo-speravo che lui fosse là, ad osservarci.


Clelia gives me hope

Tutto questo doveva avere una fine. Un certo giorno, ormai spossata dalle mie litanie, Clelia smette di dipingere e mi fa: “Senti, tu sei molto carina, l’unico problema è trovarlo e sarà tuo. A trovarlo, se esiste, ci penso io”

Non ci si può permettere di essere molto critici quando si è in questo stato. Perchè lei potesse avere successo, dove io avevo fallito, non mi è nemmeno passato per la testa.

E non si va dai guaritori, dimentichi di ogni prudenza, quando tutto il resto è perduto?

La sua perentoria affermazione è stata per me un filtro magico, e mi ha ridato speranza.

Di questo avevo bisogno ed è bastato.


Talking to Clelia at the door

Così ho preso ad accompagnarla a casa. Là, ferme sul pianerottolo, potevo farle ripetere i resoconti delle sue ultime ricerche. E sognare. E porre altre domande e dare nuovi suggerimenti. E poi sguardi interminabili nel vuoto.

Oh cara Clelia, per avere tanta pazienza devo averti fatto tanta pena! O forse non era compassione, ma egoismo, perchè spesso ci si consola e ci si rafforza nel constatare le debolezze e le disgrazie degli amici. O piuttosto i miei fantasmi si erano sdoppiati in te e le nostre frustrazioni fuse in un’unica pulsione.

Come sia, buona o cattiva, Clelia è rimasta la mia migliore amica. E non è mai bene scrutare l’estremo fondo delle amicizie, come degli amori.


Good news

Non era passato molto tempo da quel fugace sguardo, ma mi è sembrata un’eternità. Quando un pomeriggio di domenica Clelia ha suonato alla mia porta, messaggera del mio destino, io ero pronta.

“Ci siamo” mi ha detto e ho subito capito.

Clelia aveva portato a termine la sua missione. Di più! Tre giorni dopo ci sarebbe stato un vernissage alla galleria d’arte di via Fiori Chiari. Noi eravamo invitate, ed anche lui. Come Clelia abbia fatto bingo non aggiunge nulla alla mia storia, è solo un piccolo segreto fra noi due che non mi va di svelare.

Complici e rilassate abbiamo giocato a biliardo, ritoccato i disegni da portare a lezione e, ovviamente, parlato e parlato degli abiti che avremmo indossato al party.


The Party

Ed eccomi alla festa. Tutta in tiro per fare colpo.

Mi do un contegno. Clelia mi parla. Annuisco, ma non la sento.

L’atmosfera così artificialmente spontanea mi riporta al corso di regia dell’anno scorso.

Si gira. Motore! Azione!

Tutto è perfetto, gli “extras” raccolti in piccoli capannelli, concentrati in finte conversazioni. Il giusto brusio per fissare il rumore di fondo, sulla macchina è montato un grandangolo spinto per drammatizzare la scena. È centrato sulla scala da cui scenderà il protagonista. Io, principessa predestinata, sono vicina all’obiettivo, ma perfettamente a fuoco.

È per tutti il solito party, non per me. Per me è il film dell’occasione della mia vita, la ripresa in diretta e senza prove dell’inizio dell’amore che sarà. Per sempre, questa volta.

Cerco di non fissare la scala, ma il mio sguardo è sempre là. Nessuno sembra curarsi di me anche se mi sento osservata.

Mi sembra impossibile che la mia tensione non sia visibile, eppure, sfiorando con le labbra l’orecchio di Clelia, dico: “Tutti mi guardano, non avrai spifferato qualcosa?”. Clelia non sfugge al mio contatto e questa intimità mi rassicura.

“Rilassati” dice, rimanendo immobile.

Irrequieta, mi volto di nuovo verso l’ingresso e vedo entrare una coppia. Bruno lui, bionda lei.
Altre comparse, penso, quando sento la mano di Clelia sfiorare la mia, delicatamente. Ma ne percepisco l’intenzionalità.

La guardo stupita e vedo che la sua bocca si schiude. Non esce alcun suono, ma leggo sulle sue labbra: “È lui”.

Una scarica elettrica parte dalla profondità del mio stomaco e si irradia su, fino ai lobi frontali, producendo una sorta di convulsione che temo mi faccia mancare. Dalla faccia di Clelia capisco che nulla di tutto questo traspare e così indugio sul fermo-immagine del loro ingresso.

È vestito in modo elegante, ma non c’è nulla di affascinante in lui. Osservo con più attenzione e con orrore riconosco nel suo essere stereotipato i segni distintivi degli androidi prodotti in serie da questa società vacua e opulenta, sempre più incapace di generare esseri umani.

Non è questo l’oggetto su cui potrà mai fissarsi il mio desiderio. Né speciale è la donna che gli sta al fianco. Una come tante, che non può illuminare l’uomo banale che l’accompagna. Non è questa la donna che potrebbe ingelosirmi, non è lui l’uomo di cui potrei essere gelosa.

Molte potrebbero anche definirlo bello, e sotto la giacca quasi si intravedono i bicipiti e i tricipiti che quel giorno mi avevano accecato.

A me basta vedere la sua fissa espressione di narciso immaturo per capire che non avremmo nulla da dirci. Nemmeno sessualmente, ahimè. Potrebbe forse farmi tenerezza come amico, il piccolo cocco viziato teso nel patetico sforzo di fare il duro.
Ma non si diventa uomini curando barbe incolte, sognandosi gangster allo specchio. O gongolandosi al vacuo sguardo delle sciacquette da party.

Non mi sorprenderebbe se avesse successo con le donne, e potrei farvi il nome di alcune squinzie della mia classe che ci sbaverebbero su. Io, seppur malata di solitudine, non sopporto fantocci che esistono solo come riflessi in qualche cristallo. Non cerco di avvicinarmi e non sento neanche il bisogno di sentire la sua voce, perché, all’improvviso, mi è indifferente o, più esattamente, la sua presenza mi infastidisce.

Sto subendo un elettroshock e mi fa bene.

Nulla di quello che vedo corrisponde al mio fantasma e avverto che sto riacquistando la coscienza.

Loro si uniscono ad un gruppetto ed io mi avvio verso l’uscita.

Clelia capisce che ho bisogno di restare da sola e mi saluta.

Il regista ha dato lo stop, ma nessuno se ne accorge e tutti continuano nel loro inutile confabulare. Solo io esco di scena. Finalmente.

Sono fuori, all’aria fresca della sera, improvvisamente liberata da quell’intrusione che non dava pace alla mia mente. Felice come quando, dopo un preoccupante malessere, l’effetto placebo di analisi rassicuranti ci restituisce forza, benessere ed il trascurato piacere dell’essere sani.

Non ho trovato l’uomo dei miei sogni, ma ho ritrovato me stessa prima di cadere, come tante scellerate vittime della crisi di astinenza post-separazione, nella mani di un signor nessuno che non mi merita. Se solo fosse stato più interessante, se non ci fosse stata lei, in quello stato forse avrei potuto commettere qualche sciocchezza. E nella notte, camminando da sola, mi assaporo lo scampato pericolo.

Ovvio, ora mi sento sciocca. Come ho potuto essere così ossessionata da lui?

Finalmente leggera, fluttuo ancora fra la vergogna di essere stata abitata da questo fantasma e la consapevolezza che, tolte le ipocrisie che fanno schermo, tutti, dal grande scrittore alla grande manager in carriera, alle fine siamo indifesi di fronte alle tempeste del cuore.

Oggi che la quiete è tornata, il battito dei miei neuroni rallentato e regolare, riesco di nuovo a dipingere figure non contaminate da quella presenza e, libera da quel giogo, i miei esercizi al Gym hanno ripreso la loro salutare funzione.

Tutto bene dunque, se non fosse che, talvolta, un dubbio si insinua e una strana nostalgia di sofferenza mi pervade.

Non ho tendenze masochiste, almeno conscie, e tuttavia mi sembra che quel periodo di bufera, di pazzo tormento, di notti insonni, in qualche modo mi desse una consapevolezza di esistere che l’attuale tranquillità mi nasconde.

E mi viene il sospetto che, forse, gli unici momenti di vera vita siano quelli in cui le grandi emozioni, siano queste di piacere o sofferenza, per fatti reali o solo immaginati, ci fanno  sentire ancora capaci di provare delle passioni.

E aspetto impaziente nuove avventure, quali che siano...













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