
Il silenzio
della musica
F.B.
Una di queste sere, come spesso accade da qualche anno, mi sono trovato a cena nella bellissima villa del caro amico Andrea, qui al Forte. Come sempre il cibo era semplice, ma squisito (brava Mariella!).
Sul vino io non ho molto da dire; mi affido al padrone di casa che la sa molto lunga sull’argomento.
Tutti insieme a tavola, dunque, con i soliti vecchi amici, l’adorabile Veronica e, com’è consuetudine, sono seduti con noi gli affezionati Mariella e Piero. Si è scherzato, un po’ cantato, chiacchierato di politica e parlato del più e del meno, come si suol dire. Poi, a poco a poco, chi se n’è andato, chi si è ritirato.
Alla fine, verso le 11, siamo rimasti soli. Non ricordo cosa esattamente ci siamo detti, io, ingegnere digiuno di note e lui, grande e celebrato tenore con l’Opera nel sangue, ma abbiamo parlato di musica e di silenzio. Non ricordo neppure per quanto tempo siamo rimasti a parlare. Tuttavia, sulla via di casa mentre ripensavo alla conversazione, forse per l’ora tarda, forse per il vino, ho avuto come la netta sensazione di poter leggere nella mente di Andrea.
Ed allora, appena arrivato, ancora sotto questo strano effetto, mi sono sostituito ad Andrea e ho scritto d’impulso:
Odio il rumore. Per tutta la vita ho apprezzato il silenzio: visivo e sonoro. O l’armonia della musica che è, anch’essa, un’antitesi del rumore. Solo lontano dal rumore la mia mente riesce a ragionare ed il mio cuore diviene sensibile alle emozioni.
Nel rumore la coscienza si perde, deviata mille e mille volte dal caos di stimoli invadenti e discordanti, come in un labirinto senza uscita. Come in un sonno inconcludente, senza sogni compiuti. E mi stupisco di accomunare rumore e sonno, che ho sempre pensato come opposti. E mi rendo conto che, da tempo, inseguo senza accorgermi un altro paradosso: che tutti gli esercizi e gli sforzi per potenziare ed affinare la mia voce altro non sono che la ricerca di un silenzio che non è assenza di suoni. È un silenzio costruito sull’ordine e sull’armonia. Un silenzio che guida la mente in direzioni precise, che libera sentimenti inascoltati. E più forte è il volume della mia voce, più mi separo dal rumore di fondo, più mi allontano dagli assordanti ritmi che mi circondano. Ritmi nei quali l’uomo di oggi, vera e propria appendice del rumore, si immerge senza ritegno.
Dominato da una civiltà che, non riuscendo a trovare una strada maestra, si perde in una babele di voci che si contraddicono e cercano di sopraffarsi. Una società che alza il volume dei propri suoni e dei propri gesti, perché incapace di ascoltare ed ascoltarsi. Un mondo che non riconosce più nel silenzio uno dei bisogni vitali per la propria esistenza.
Un modo di vivere che privilegia il corpo sulla mente, la comodità alla serenità, il presente al futuro.
E con tristezza rifletto su questo valore perduto.
La mattina dopo avevo dimenticato tutto, ma lo scritto è rimasto.
L’ho mostrato qualche tempo dopo ad Andrea e gli ho chiesto: ma è questo che veramente pensi?
Mi ha risposto: si, può darsi...
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